Uno, nessuno e centomila .

Da Como a Sorico.

Quattro messaggi, un’idea bizzarra, sembrano quelle chiacchiere da Bar, quelle cose che durano l’istante di un aperitivo andato troppo lungo, ma io viaggio sempre prima con la testa e poi con il corpo.

Lo so è una frase che non ha senso, ma per me ce l’ha, come un ossimoro .

Una breve ricerca su internet e scopro un lungo e profondo itinerario che parte da Como e arriva a Sorico. Spesso ci avevo picchiato il naso durante le gite sporadiche in MTB, quattro cartelli ben fatti per poi ritrovarsi nel nulla più assoluto. AVL sembra la sorella della GVO tipico esempio di scempio montanaro. Ma non mi interessa fare polemica, preferisco l’azione al borbottio, mettiamo le mani nella marmellata e vediamo cosa succede.

Non voglio essere impreparato e dopo aver stimolato e trovato un compare per questo viaggio, come ogni bravo nostromo studio la rotta . Navigo sui forum, portali, gogoolando tutto il googolabile e dopo varie ore di ricerche e confronto di diverse fonti, cartine e tracce, riesco a mettere insieme l’itinerario.

Fatto un calcolo veloce sui chilometri e dislivello mi accorgo che non è ancora la stagione del “Non-Stop” meglio smezzare il tragitto sfruttando un punto di appoggio.

La scelta ricade sul rifugio Menaggio, dal mitico Dario. Ricordo ancora l’estate del 2012 la prima volta che lo conobbi, due cuori infranti, un ferragosto troppo caldo e una voglia di cambiare pagina.

Ma questa è un altra storia.

#Day One.

Si parte la mattina presto in maniera romantica, gita in aliscafo da Gravedona a Como. L’aria è frizzante e io come sempre sono in ritardo, Ale scalpita faccio un po’ di rally e riesco ad arrivare in tempo all’appuntamento.

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Il Viaggio in barca ci permette di avere un profondo sguardo su tutto il Lario,snoccioliamo i vari paesi come se fosse un rosario, il panorama è stupendo e la voglia di immergersi nei sentieri sale man mano che ci avviciniamo a Como.

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Controllo il GPS , ripasso con la mente tutto il materiale presente nello zaino e faccio un veloce “body check” per capire se dal box la “telemetria” quadra.

Arrivati a Como scendiamo rapidi dall’aliscafo e poco dopo iniziamo a corricchiare verso Cernobbio alla ricerca dell’attacco del sentiero.

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Scovato il punto di partenza iniziamo ad alzarci velocemente su strade ripide in asfalto che poi si trasformano in cemento ed infine ci troviamo finalmente nel bosco.

La prima cosa che notiamo è la totale assenza di acqua, lo sarà fino al rifugio Menaggio. La prima parte scorre veloce tra le varie valli – vallettine – vallettone che si scompongono sul confine Italo-Svizzero.

Non si vede il lago in compenso ci ritroviamo in faggeti enormi, boschi senza tempo con quei colori che sembrano un quadro di Rembrandt.

Il caldo si fa sentire e la fatica pure, cerchiamo di mantenerci idratati, ringrazio il cacciatore che ci ha gentilmente donato una bottiglia di acqua, senza quella sarebbe stata dura andare avanti.

E’ il 15 aprile ma sembra il 15 agosto. Le spalle sono ustionate e il coppino sembra una luganega lasciata troppo a lungo sulla pioda.

Ci perdiamo innumerevoli volte, come pronosticato l’ AVL alterna tratti ben segnalati ad altri nel nulla più totale durante i quali ci si chiede realmente se quello che si sta percorrendo sia il sentiero giusto oppure è tutta una fantasia .

La tecnologia ha ragione e ogni volta il fedele GPS ci riporta sul tracciato corretto.

I kilometri passano veloci, come i panorami, e nel tardo pomeriggio ci troviamo poco sopra Menaggio.

Il rifugio dista 1000 metri di dislivello e dobbiamo abbandonare l’AVL per fare una deviazione verso il nostro punto di appoggio.

Dario ci aspetta e ormai sono le 18.00 e quindi di buona lena ci inerpichiamo in direzione del rifugio.

Poco dopo le 19.00 e diversi anatemi finalmente scorgiamo “Casa”, l’accoglienza è da finale alpina del giro di italia, mancava lo spumante, ma in compenso abbiamo brindato con la birra.

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#DayTwo .

Non riesco a dormire ho voglia di partire, ma con Ale la sera prima avevamo fissato le 7 come ora di sveglia.

Alle 5.00 gironzolo per il rifugio, ascolto un po’ di musica, faccio un po’ di social life e attendo le sette.

Colazione da leone durante la quale facciamo un breve briefing e decidiamo di fare un cambio di percorso.

L’idea è quella di risalire verso S.Amate per poi stare in quota e riprendere l’AVL dall’alto invece che ri-discendere dal Rifugio a Peglio per poi proseguire per l’AVL dal punto in cui l’avevamo abbandonata il giorno precedente per salire al Rif. Menaggio per dormire.

Arrivati a S. Amate finalmente il panorama si trasforma, dai boschi si passa alle cime glabre tipiche del alto Lario. Le energie si moltiplicano ed è in questi istanti che vorresti congelare le emozioni per poi averle a disposizione in periodi carenti.

Ci ingozziamo di tutto quello splendore come fosse il pranzo di Natale promettendoci di rimandare la dieta a … domani.

Arrivati in vetta al Bregagno, Ale si sente a casa, nel suo parcogiochi “come lo definisce lui” e insieme scrutiamo l’orizzonte cercando di individuare la linea da seguire.

E’ troppo bello essere a fil di cielo per abbassarsi e ri-iniziare a serpenteggiare nei boschi, quindi sfruttando le sue conoscenze iniziamo a spostarci verso Gravedona facendo un tracciato alternativo in quota rispetto a quello originale della AVL.

Ale è già da un po’ che ha i piedi doloranti, e nonostante abbia la forza e voglia di continuare saggiamente decide di fermarsi a Gravedona dove abita.

La sua poca esperienza su queste lunghe distanze lo ha un po’ limitato, ma sono sicuro che condivideremo altri viaggi assieme !

Lo accompagno a casa, mangio un panino veloce, riempio le borracce e mi  faccio dare due consigli  per ritrovare il sentiero e poter proseguire per l AVL verso Sorico.

Vado un po’ a naso, punto la chiesa che mi aveva suggerito il padre di Alessandro da tenere come punto di riferimento e  con un po’ di fortuna e di intuito mi trovo nel punto giusto.

Mi fermo alla fontana riempio le borracce, accendo la musica e parto per la parte finale del percorso.

Sono le 13.00 fa caldo e con la mente faccio dei calcoli spannometrici sul mio orario di arrivo.

Vedo Gera : << la fine dovrebbe essere vicina mi sussurro >> e quindi di buona lena marcio verso la meta sicuro che in un paio di orette sarei arrivato a destinazione.

Mai dare nulla per scontato, soprattutto se non si conoscono i sentieri, quello che mi aspetta è un susseguirsi di single track o presunti tali che fanno il periplo di tutte le vallette presenti da Gravedona a Sorico.

Mi ritrovo in posti sconosciuti e spesso sbaglio strada, il percorso non è segnalato e non è per nulla evidente, ma il fido GPS è un cecchino infallibile e anche quando sono convinto che si stia sbagliando la sua ragione è talmente chirurgica che mi ritrovo a seguirlo come un fedele devoto chiedendo perdono di aver messo in dubbio le sue doti.

Mi ritrovo così a Dangri, meta invasa dalle Mtb una breve sosta e mi rilancio nel bosco, quello che mi aspetta è un single track su foglia dai sapori autunali, sono un po’ alienato, è il 15 aprile sembra ferragosto e l’ambiente è autunnale.

Mi estranio con la musica ed ad certo punto vengo circondato da una mandria di capre nere. Poco dopo incontro un simpatico omino, mi fermo a scambiare quattro parole e riparto verso i monti di Vercana.

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Forse è babbo natale in ferie ?! 🙂

Finalmente ritorno a vedere il lago, il panorama è da cartolina ed invidio chi ha la casa in questi luoghi.

Ormai il sole sta calando e l’aria torna ad essere fresca e corro di buona lena al cospetto del Monte Berlinghera.

Sono le 16.30 e ormai è da 50 km che marcio e le mie previsioni vengono appunto disattese.

Dopo essermi disperso in un bosco nel quale ancora una volta il GPS è stato la mia stella polare sbuco poco sotto alla Baita del Vikingo.

L’arrivo è vicino. Mi fermo bevo una bella birra media che assaporo lentamente ripercorrendo tutto il tragitto fatto consapevole che la fine di questa esperienza è vicina.

Riparto felice e frizzante pensando alla prossima meta. La fine è sempre un nuovo inizio.