VALMALENCO ULTRA TRAIL

Racconti di un Ultratrailer disadattato

Non avevo mai corso con il numero “1” e la cosa mi preoccupava.

Mi sentivo addosso delle aspettative, come se dovessi dimostrare qualche cosa a qualcuno. L’anno prima avevo vinto, ma c’era quel “ma” dello sbaglio di percorso di Giulio Ornati che riecheggiava ancora nell’aria. Sapevo quanto avevo patito, quanto ero andato forte, quanto… avevo pure scaricato i dati di entrambi analizzando le prestazioni e a conti fatti non avevo “rubato” nulla e che fà parte del gioco seguire il percorso corretto, ma volevo dimostrare che non era stato un caso, che quel giorno ero stato forte e concentrato e che per una volta le cose erano andate bene fino alla fine.

Ho lavorato tanto quest’inverno pensando alla VUT 2018, correre al freddo, al buio, sotto la pioggia, con il grande stimolo di ripresentarmi al via nella mia migliore condizione di sempre. Ogni tanto di nascosto riguardavo il video dell’arrivo giusto per farmi riassaporare quelle forti emozioni e ritrovare le energie anche quando mi sentivo stanco e poco motivato.Mancano poche settimane al via e mi rendo conto che le mie ambizioni invernali si erano sgretolate dopo la festa di liberazione.

Era dal 25 aprile che non riuscivo ad allenarmi con continuità, e in questo sport non si inventa nulla soprattutto quando sposti l’asset da Finisher a Risultato. Ci passiamo tutti prima o poi. Le prime corse, le prime esperienze, qualche buona prestazione, la voglia di migliorarsi e senza accorgersene l’ agononismo diventa l’elemento principale di questa esperienza dimenticandosi del vero motivo per cui si era intrapreso questo viaggio.

Non c’erano integratori, gel, barrette, tabelle, ma tanta voglia di avventura e spensieratezza. Mi sembrava tutto così libero e selvaggio, senza stress, l’unico scopo era arrivare in fondo in una cosa che fino a poco prima sembrava impossibile.

Ero a disagio, pensieroso e quasi in imbarazzo, lo speaker all’improvviso annuncia a gran voce il mio nome e mi ritrovo a passare timidamente tra i vari partecipanti. Ci siamo, mancano pochi minuti al via della VUT 2019 !

Sento i loro occhi su di me, qualcuno arriva a stringermi la mano e in un gesto involontario cerco di nascondere il pettorale, quasi mi sentissi in difetto ad indossare quel numero. Le mie condizioni fisiche erano quelle che erano, ma in quel momento mi sono sentito magicamente rinvigorito grazie ad una nuova massiccia fresca dose di autostima. Mi ritrovo così sulla linea di partenza con Collè e tutti gli altri. Guardo dritto avanti a me cercando la massima concentrazione. Franco Collè l’ultima volta che lo avevo “visto” era su una rivista di settore, una foto a tutta pagina celebrava la sua ennesima vittoria al Tor Des Geants mentre io mi ero miseramente ritirato.

Accarezzavo quella foto e la osservavo con gran rispetto e ammirazione, lo stesso rispetto e ammirazione con cui mi ritrovo ad osservarlo sulla linea di partenza . La tattica di gara era chiara nella mia mente, partenza accorta, gestione dello sforzo fino al vallone dello Scerscen e da lì in poi se ne fossi uscito vivo avrei dato tutto fino all’arrivo.

Parto avvolto nella mia playlist e senza nemmeno accorgemene mi ritrovo alla Bosio.

Nel via-vai del ristoro mi ritrovo a pochi secondi dal gruppo di testa e complice i flashback dell’anno precedente, dei Metallica nelle orecchie, ho un sussulto di orgoglio che avrei decisamente dovuto reprimere. Nelle fasi concitate della prima parte di gara si è ancora ricchi di energie e l’adrenalina spesso inibisce la lucidità, e come diciamo in gergo : mi si è chiusa la vena.

Lunga la discesa riprendo il gruppetto di testa e non contento  rilancio anche l’andatura quasi per dimostrare a me stesso che non ero lì a fare una comparsata. Sono stati 30 minuti fantastici, in cui per una volta sono riuscito a stare davanti a Franco, ho avuto quasi l’impressione di poter imporre tempi e ritmo, anzi ad certo punto ho fatto anche un pò lo spavaldo guardandomi indietro come per dire : ce la fate a seguirmi ?!

Foto © Roberto Ganassa

E’ stato breve, ma inteso, come quelle sbronze adolescenziali che con 4 birre ti senti per aria, ma alla vista dei tuoi genitori che ti aspettano sul uscio di casa ti ritrovi ad avere due scelte, scappare o ripigliarti nel più breve tempo possibile. Sono bastati 2 minuti del passo Ventina ed una accelerazione di Collè per farmi capire di ritornare al mio posto, le mie gambe non potevano reggere quel ritmo e nonostante la gestione fin li scellerata trovo un barlume di ragione e mi faccio da parte facendo un cenno a Piazzati e Bonfante di passare perchè io avrei rallentato.

Salgo piano, ma il Ventina fà male anche a ritmi bassi, è tutto un gioco di equilibrio, un saltellio continuo tra una roccia e l’altra navigando alla ricerca del sentiero migliore. Mi viene in mente il Bitto, le estati in cui scorrazzavo su e giù dal fiume saltellando come un pazzo da un sasso all’altro. Mi è sempre piaciuto questo gioco, un misto di forza equilibrio e abilità. Non sempre il percorso più breve risulta essere il migliore, e per distrarmi dalla fatica inizio questo gioco mentale di analisi e valutazione delle traiettorie per fare il miglior tragitto con la minor fatica possibile.

La luna piena ci osserva e il sudore ormai si è impadronito di ogni cosa abbia indosso, ma non c’è tempo per cambiarsi è meglio marciare regolari senza troppe soste prolungate ed è così che arrivati a Chiareggio preferisco ripartire quasi subito. Senza foga, senza pensare alla posizione, ma con l’intento di mantenere una andatura costante ed efficace.

Ormai sta albeggiando e tra poco finalmente potrò levarmi la frontale. Amo correre di notte, ma dopo diverse ore che si corre al buio si è un poco alienati come se si corresse dentro ad una scatola, preferisco poter scrutare l’orizzonte così da poter disperdere lo sguardo e ammirare la natura che mi circonda.

Arrivo al lago Palù e intravedo Francesco, Danila e Emanuele che mi aspettano. Avere qualcuno sul percorso è sempre uno stimolo speciale ed era grazie a loro se ero lì in quel momento. Era/è grazie a loro se avevo ri-trovato la fiducia e la forza necessaria per affrontare tutte le mie paure, dubbi e timori che erano emersi nelle settimane precedenti alla VUT.

Non volevo partecipare perchè non mi sentito pronto, perchè avevo paura di deludere tutti, perchè ero poco allenato, perchè… In queste circostanze si trovano mille “perchè” per giustificare le proprie azioni, per rimanere nella propria comfort zone. Hanno preso le mie frigne, le hanno appallottolate e lanciate lontano… due carezze quattro calci in culo e mi hanno rimesso in carreggiata. Sapevo che avevano ragione, sapevo che sarebbe stato più semplice scappare, sapevo che potevo giustificarmi in mille modi, ma sapevo anche quanto ci tenevano a me e che quello che in fondo mi stavano dicendo era vero e che era giusto che affrontassi la VUT come avrei potuto. Due battute, quattro sorrisi e proseguo per la mia strada. Prossimo appuntamento rifugio Zoia, prima però mi aspettava il punto chiave di tutta la gara : il famigerato Vallone dello Scerscen con la risalita verso la Marinelli.

Nelle mie migliori fantasie invernali mi ero immaginato il Vallone come il punto cruciale nel quale mi sarei giocato la vittoria. Nel mio personale film ero sulla scia di Collè, lo vedevo all’orizzonte, notavo che il suo passo non era veloce come il mio e  che senza pietà sarei andato a prenderlo e inesorabilmente lo avrei passato sul duro sentiero che portava al Rifugio Marinelli. Era un copione fantastico, spuntare primo in solitaria alla Marinelli con un tifo da stadio, prendere a tutta velocità la discesa verso la Carati, mangiarsi il Fellaria, volare verso lo Zoia, inserire il turbo e planare su Caspoggio. Apoteosi ! Birra a fiumi e festa all night long.

Oggi l’unica cosa che ho sentito è la scia del odore delle mie ascelle, la risalita verso la Marinelli è stata dura e impietosa e il Fellaria ha dato il colpo di grazia. Arrivato allo Zoia era finito ! Ho maledetto me stesso, questo sport e tutto quello che potevo insultare in quel momento. La carenza di allenamento e fondo si stava facendo sentire e forse non avrei dovuto bere quelle birre alla Marinelli, ma non avevo resistito, ero stufo delle cose dolciastre e far colazione con della birra, grana e bresaola in quel momento mi è sembrata la cosa migliore che potessi fare.

Riparto verso il Santa Cristina, dove prima riuscivo a correre ora potevo solo ansimare e marciare. Avevo i piedi cotti, le gambe stanche e sapevo che la strada era ancora lunga. Come spesso accade succedono anche delle cose inaspettate che ci donano nuove energie. Arrivato al Rifugio Cristina incontro Laura una vecchia amica di infanzia che non vedevo da tanto tempo. Sapevo che era in Italia in questo periodo, ormai è da molti anni che vive all’estero e gli avevo scritto di passare a farmi un saluto sul percorso se ne avesse avuto voglia, ma non credevo sarebbe venuta. E’ stato emozionante, ci siamo salutati, mi son presentato al suo ragazzo Inglese (credo) e poi sono ripartito con la promessa di rivedersi all’arrivo per una birra insieme.

Passo dopo passo finalmente mi ritrovo sulle piste da sci che portano a Caspoggio. Sono al limite ma ormai la meta è vicina, imposto il pilota automatico e con i Planet Funk nelle orecchie mi sembra quasi di star bene. E’ stato belle ritornare ad esser un semplice finisher senza pensare alla classifica, al tempo, ma pensando solo a godere nel fare del sano trail-running.

Partecipare alla VUT è dura, ma la vera sfida è il party post premiazione !

TRACCIA DEL PERCORSO